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“Io trovo meraviglioso quello che mi succede, e non soltanto quello che è visibile all'esterno del mio corpo, ma quello che vi si compie internamente. Appunto perché non parlo mai con nessuno di me e di queste cose, ne parlo con me stessa.”
Anna Frank, Diario (v. nota 1)

DIARIO
Una parola che porta ai tanti diari diventati libri.
Una parola che porta in tanti luoghi diversi: scuola [D. di scuola]; il nostro angolo - per alcuni il proprio studio, per altri la propria cameretta (in condivisione magari con fratelli e/o sorelle), per altri ancora un luogo della casa accessibile nei momenti liberi, per chi vive in campagna un albero sotto...o sopra...il quale rifugiarci per le nostre riflessioni - [D. del cuore o segreto]; la cucina [D. alimentare]; un’imbarcazione [D. di bordo]; ovunque [D. della malattia]; etc.

Negli anni delle medie inferiori avevo un diario del cuore bellissimo (dono di una mia amica e compagna di classe): la sua copertina raffigurava foglietti di appunti sfuocati su uno sfondo blu e aveva una chiusura con lucchetto che rinforzava la segretezza e la delicatezza dei suoi contenuti. Dopo qualche tempo, in cui avevo riposto sulle sue pagine il mio mondo interiore coi suoi desideri, le sue speranze, le sue zone d’ombra, i suoi avvolgimenti, avevo deciso che tutte queste cose non erano più mie e mi inventai un rito di liberazione da quel passato che non mi apparteneva più: andai in giardino e bruciai pagina per pagina, dopo averla riletta, salutandone il suo contenuto. Avevo riflettuto a lungo, prima di adottare quella scelta, perché sentivo che bruciando quelle pagine avrei decretato la morte di una parte di me (i miei ricordi scritti). Mi rendevo però anche conto che quella parte di me, in quella forma, non risuonava più come mia e provavo gioia all’idea che, con quel gesto, mi sarei alleggerita liberando spazio, dentro di me, per aprirmi meglio al presente e al futuro, di allora, dando ossigeno a nuove rinascite. Provo ancora tenerezza a pensare a quel giorno in cui presi questa decisione così importante per me.

La passione per il diario (in genere) acquistò in me, credo anche grazie a quel rito liberatorio, forza negli anni.

Nel tempo, ho imparato a tenere diversi tipi di diario, compreso il diario alimentare e il diario della malattia per il Morbo di Parkinson di mia mamma, traendone sempre beneficio in termini di leva per i cambiamenti da attuare per passare da una situazione A a una situazione B (per migliorare il trend).

E sul lavoro adottai fin da subito la tecnica del diario. Sono sempre stata molto orientata alla relazione con le persone e, grazie soprattutto ai miei studi di matrice economica, mi resi conto fin da subito che il mio modo di lavorare, di "essere" poteva venir scambiato per poco efficiente (anche e soprattutto a me stessa): per me il “minimo mezzo, massimo risultato” passava obbligatoriamente attraverso un incontro autentico con l’Altro. E, anche se il lavoro portava, me e i miei colleghi, a collocarci in un’ottica di “catena cliente-fornitore” (quindi con scambi di input e output “lavorativi”), quando le cose non funzionavano valeva la pena andare oltre il semplice incontro della nostra domanda e offerta lavorativa, prevista dall’organigramma funzionale, per comprendere insieme le cause del disfunzionamento anche, e soprattutto, della comunicazione. Il tenere traccia di quali erano state le mie attività di quel giorno, settimana, etc., mi permetteva di ritarare di volta in volta la mia attività lavorativa ai fini del raggiungimento degli obiettivi individuali (di funzione) e organizzativi.

Tre anni fa mi trovai a mettere nero su bianco, come materiale didattico di un corso di formazione, l’importanza che aveva, per me, la tenuta di un cosiddetto “diario delle attività” che, nel tempo, aveva poi trovato confermata sui libri dell’università e, da quel materiale, nacque questo articolo che scrissi per Qualitiamo:

L’Analisi delle Attività (link)
 

nota 1: Fonte Wikiquote



P.S. Per chi desiderasse approfondire consiglio (come interessante e chiara fonte sul Diario delle Attività):
Quaglino, G.P. e Carozzi, G.P. Il processo di formazione, Franco Angeli, Milano (1998)

 

 

 

 

 

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